La riduzione dell'impatto antropico sugli habitat delle dune

Con il progetto LIFE REDUNE si vuole garantire la funzionalità ecologica dell’intero mosaico dunale in quattro siti Natura 2000 attraverso un approccio ecosistemico che considera tutte le componenti coinvolte: attività umane, habitat, specie e processi fisici.

Le cinque aree di intervento del progetto si distribuiscono nel tratto di costa veneta compreso tra i comuni di Chioggia e di San Michele al Tagliamento: Bosco Nordio, Cavallino Treporti -Punta Sabbioni, Laguna del Mort e Pineta di Eraclea, Eraclea Mare, Vallevecchia, Punta Capalonga e Punta Tagliamento.

 

Gli interventi di LIFE REDUNE per la riduzione dell'impatto antropico sugli habitat mirano ad agevolare il recupero dell'integrità degli habitat e delle popolazioni di specie nelle aree di progetto attraverso la rimozione o la riduzione dell’impatto sia ecologico che paesaggistico generato dal transito e dalla frequentazione incontrollata del sistema dunale a fini turistici.

Come indicatore del disturbo antropico è stata scelta l’estensione della superficie di sentieri non autorizzati presenti nelle aree di progetto. Il risultato atteso dagli interventi di LIFE REDUNE era una diminuzione del fenomeno del sentieramento dovuto ad una migliore regolamentazione dei flussi di accesso al mare.

 

Dopo un monitoraggio iniziale eseguito per fornire dei dati oggettivi pre-interventi, a due anni di distanza l’attività di monitoraggio del 2020 ha permesso la caratterizzazione morfologica, ecologica e dinamica delle cinque aree di progetto a seguito della realizzazione degli interventi di riqualificazione. In particolare, è stato possibile verificare l’efficacia gli interventi per la riduzione dell'impatto antropico sugli habitat, attraverso la mappatura di dettaglio delle vie di accesso minori alla spiaggia (sentieri) e delle aree con il maggior carico di turisti.

Allo scopo di ottenere dati comparabili, la metodologia usata per il monitoraggio in itinere nel 2020 è stata uguale a quella impiegata nella fase ex ante nel 2018.

 

L’azione di monitoraggio è iniziata col rilievo fotogrammetrico aereo, svolto mediante un Sistema Aeromobile a Pilotaggio Remoto, dotato di una macchina fotografica compatta che scatta le fotografie secondo una griglia precedentemente pianificata e dialoga con la stazione di terra attraverso un segnale radio. I voli sono stati svolti ad una quota di 145 metri dal suolo. Complessivamente sono stati sorvolati 316.6 ettari a scattate 3.631, con una precisione dell’ordine dei centimetri ed una risoluzione dei fotogrammi pari a 5 cm di pixel a terra.

 

Il rilievo GPS ha permesso di disporre di alcuni punti di controllo che sono serviti, in fase di elaborazione dati, a correggere la georeferenziazione del modello tridimensionale e dei fotopiani prodotti mediante fotogrammetria aerea. Per quanto riguarda la posizione assoluta di ogni singolo oggetto, lo scarto massimo può essere di 15 cm, mentre per le distanze reciproche si può salire di precisione fino ai 5 cm, limitata più che altro dalla risoluzione dell’immagine.

A parte casi particolari, come la presenza d’acqua, vegetazione fitta o alberi molto alti, il modello digitale mostra fedelmente la forma del terreno nudo, di edifici, chiome degli alberi e dei cespugli, arbusti, e specie erbacee molto fitte.

 

Dall’analisi dei dati, la delimitazione dei percorsi si conferma essere un’azione molto efficace di limitazione del disturbo antropico. Gli effetti più evidenti sono riscontrabili nel sito di Punta Capalonga, dove la superficie si è ridotta di circa il 65%. Si riducono a circa -9% nel sito Vallevecchia e si annullano completamente nel sito Laguna del Mort.

Pur non essendo evidente sulla base dei dati riportati, questo andamento decrescente di efficacia degli interventi è almeno in parte riconducibile al diverso regime di controllo e presidio delle tre aree che ha un andamento inverso. Il sito di Capalonga è un’area relativamente ristretta, prospiciente ad un campeggio, i cui gestori hanno prontamente aderito al progetto e collaborato attivamente al presidio dell’area e alle attività di educazione e comunicazione previste dal progetto. Negli altri due casi, si tratta di ampi tratti di spiaggia libera, parzialmente presidiata nel caso del sito di Vallevecchia, e scarsamente nel caso del sito di Laguna del Mort, dove si sono verificati anche numerosi atti di vandalismo ai pannelli informativi e alle passerelle e staccionate posizionate da LIFE REDUNE.


Riqualificazione e valorizzazione ambientale a Valle Vecchia

Valle Vecchia è l’unico tratto di costa nord-adriatica non urbanizzato. Valle Vecchia non è un Parco, ma qualcosa di più!

 

L'oasi lagunare di Valle Vecchia, tra i fiumi Tagliamento e Livenza, rappresenta una tipica situazione dell'ambiente costiero del Veneto. E' caratterizzata da oltre 4 kilometri di litorale sabbioso e da un entroterra agrario ottenuto mediante la bonifica delle preesistenti superfici lagunari salmastre. I suoli sono di tipo sabbioso e argilloso e presentano frequenti infiltrazioni di acqua salmastra.

 

A Valle Vecchia, ampie aree lagunari e specchi d’acqua conservano le caratteristiche dell’antico assetto del territorio come era prima delle bonifiche avvenute negli anni '60 del ’900. Proprio per le sue caratteristiche ambientali e grazie alla presenza di habitat come le dune sabbiose ed i boschi retrostanti, che ospitano in un’area ristretta una eccezionale biodiversità, Valle Vecchia è stata riconosciuta come Zona di Protezione Speciale e Zona Speciale di Conservazione nella Rete Natura 2000 della Comunità Europea.

 

Oggi, su un totale di oltre 800 ettari quasi la metà sono occupati da aree di grandissimo valore naturalistico: 63 ettari di pineta litoranea, 100 ettari di boschi planiziali litoranei, 68 ettari di zone umide e 24 km circa di siepi.

Tra l’arenile e la pineta, è presente uno dei maggiori sistemi dunali litoranei del Veneto, oggetto di riqualificazione nell’ambito del Progetto LIFE REDUNE.

 

Per le sue valenze ambientali, Valle Vecchia, già frequentata dal turismo balneare per il lungo litorale sabbioso libero da stabilimenti, è anche meta di turismo naturalistico, didattico e scientifico.

Numerosi sentieri attrezzati, percorribili a piedi, in bicicletta o a cavallo, consentono di apprezzare un’area ricca di habitat di pregio e scoprire come innovazione, ricerca e sperimentazione in agricoltura, ambiente e biodiversità convivano e si integrino a vicenda.

 

Valle Vecchia non è solo spiaggia e mare, infatti ospita una delle più importanti aziende agricole regionali gestita dall’Agenzia veneta per l’innovazione in agricoltura Veneto Agricoltura. Una azienda agricola destinata interamente alla sperimentazione e alla dimostrazione delle più avanzate tecniche agricole a basso impatto ambientale. A Valle Vecchia si pratica un’agricoltura capace di coniugare reddito, qualità e rispetto dell’ambiente.

L’agricoltura è una tessera importante del mosaico ambientale, dato che i campi e le aree coltivate circondate da boschetti e siepi costituiscono un luogo ideale di riposo, di pascolo e di vita per la fauna selvatica.

 

L’alternanza di ambienti coltivati, di boschi e di zone umide dolci e salate, che caratterizza il paesaggio di questa azienda, favorisce la biodiversità. Numerose sono le specie animali. In particolare, gli uccelli, per i quali nel corso dell’anno si contano oltre 250 specie, cioè quasi il 50% di quelle presenti in Italia. Tra i mammiferi, si possono osservare il tasso, la volpe, la faina, la donnola, il capriolo, il daino, lo scoiattolo e diverse specie di chirotteri. Moltissimi sono gli insetti ed in particolare i lepidotteri, presenti con alcune specie rarissime ed endemiche.

 

In quest’area di proprietà regionale, in circa vent’anni, sono stati attuati numerosi progetti europei di ricerca agraria, forestale e ambientale che hanno consentito la realizzazione di uno dei più importanti esempi italiani di riqualificazione e valorizzazione ambientale.

 

 

Fonti:

http://www.caorle.com/it/caorle/brussa-vallevecchia.html

Mappa equestre di Vallevecchia - Veneto Agricoltura

Ringraziamenti: per il testo Dott.ssa Giovanna Bullo - Veneto Agricoltura

per la foto: Dott. Sandrino Colavitti - Veneto Agricoltura


Biodiversità vegetale e adattamento all’ambiente sulle dune litoranee

Le spiagge e le dune sabbiose impongono alle piante condizioni estreme, al limite della sopravvivenza: il vento costante trasporta goccioline di salsedine, che le incrostano, e sabbia che le smeriglia e le sommerge continuamente, il substrato non trattiene l’umidità e può raggiungere temperature di 60 °C.

Solo le psammofite, o piante delle sabbie, possono sopravvivere in queste condizioni, grazie a particolari adattamenti.

Per proteggersi dal vento, molte specie hanno piccole dimensioni o crescono adagiate al suolo come la fumana (Fumana procumbens). Per trovare ed immagazzinare la poca acqua disponibile, il vilucchio marittimo (Convolvulus soldanella) e il ravastrello (Cakile maritima) hanno radici profonde e foglie carnose dove conservano l’acqua, come i cactus del deserto. Per ripararsi dalle alte temperature, l’erba medica marina (Medicago marina) si ricopre con un feltro di peli. Specie come la calcatreppola marina (Eryngium maritimum), il ginepro (Juniperus communis) e il leccio (Quercus ilex) hanno foglie rigide e coriacee, ricoperte da cere per limitare la perdita di acqua.

Altre piante si sono adattate ad essere sommerse dalla sabbia: lo sparto pungente (Ammophila arenaria) sviluppa fusti sotterranei (rizomi) la cui crescita è stimolata proprio dalla sommersione. Grazie ai rizomi, questa specie intrappola i granelli di sabbia e consente la formazione delle dune: è il vero e proprio “ingegnere delle dune”.

 

Spiagge e dune si generano ed evolvono grazie all’equilibrio che si instaura tra le correnti marine, che depositano la sabbia sulla spiaggia, il sole che asciuga la sabbia, il vento che la trasporta verso l’interno e le piante che la intrappolano.

Le piante che crescono sulla duna, oltre a contribuire attivamente alla sua edificazione, man mano che la duna si accresce, formano diverse comunità disposte in fasce (zone) parallele alla linea di costa, lungo i forti gradienti ambientali, a formare la cosiddetta zonazione costiera.

La comunità più vicina al mare è detta Cakileto, dal nome della specie guida Cakile maritima. Seppur piccole, le piante del Cakileto smorzano l’azione del vento e consentono la formazione dei primi accumuli di sabbia, le “dune embrionali”. Qui crescono le prime piante perenni, come Elymus farctus, che innescano il processo di formazione delle dune. Alle spalle dell’Elymeto, si sviluppano le “dune mobili”, colonizzate da Ammophila arenaria, una specie molto resistente al vento e all’insabbiamento, i cui cespi favoriscono l’accumulo di sabbia e reagiscono all’insabbiamento crescendo in altezza, permettendo così la crescita della duna. Dietro all’Ammofileto si crea una zona protetta, le “dune grigie”.

La protezione dal vento e dalla salsedine consente la presenza di un maggior numero di specie e la formazione di una prateria con specie a fiore, muschi e licheni, il Tortulo-Scabioseto.

La vegetazione dei litorali sabbiosi raggiunge la sua forma più complessa nelle “dune fisse”. Le condizioni più riparate consentono lo sviluppo di comunità arbustive, spesso dominate dal ginepro comune (Juniperus communis). Il Ginepreto consolida la duna e crea le condizioni per lo sviluppo del bosco litoraneo, la Lecceta, dominata da Quercus ilex. Il bosco litoraneo è divenuto raro ed è stato spesso sostituito da rimboschimenti a pini mediterranei (Pinus pinea, P. pinaster).

 

 


La gestione di una Riserva Naturale litoranea “fuori dal comune”: l’esempio di Bosco Nordio, laboratorio didattico e scrigno di biodiversità

L’ambiente apparentemente arido e selezionatore delle dune costiere si presenta in realtà ricco di specie vegetali ed animali. Se questo è dovuto, lungo i litorali, alle rapide dinamiche evolutive degli habitat dalla battigia fino agli habitat retrodunali, nella Riserva Naturale di Bosco Nordio i maggiori fattori che entrano in gioco sono l’orografia del terreno e la falda freatica di acqua dolce.

Gli habitat dunali di Bosco Nordio infatti sono collocati su un’antica linea di costa di almeno un migliaio di anni di età, ormai localizzata a circa tre chilometri dal mare. Per questo motivo le dune e la loro vegetazione si sono praticamente “fossilizzati”: le dinamiche presenti sui litorali, principalmente influenzate dai venti e dal gradiente di salinità, sono assenti nel contesto territoriale che circonda Bosco Nordio, caratterizzato da molti secoli da vaste estensioni di aree planiziali coltivate.

Da un punto di vista della vegetazione, il bosco di Leccio sarebbe l’ultima tappa delle successioni evolutive naturali di questi antichi ambienti costieri. Ma negli anni a Bosco Nordio l’uomo ha influenzato queste dinamiche, ritardandole con periodici tagli del bosco e impianti di Pino domestico, finalizzati alla loro “coltivazione” per la produzione dei pinoli. Queste pratiche, bloccando l’espansione del bosco nelle radure, hanno consentito la sopravvivenza di lembi relitti degli habitat prativi dunali tra cui le dune grigie (2130*) e le praterie umide mediterranee (6420*).

Inoltre, la grande biodiversità della Riserva viene determinata dal livello della falda freatica particolarmente elevato, che la porta ad emergere, durante i periodi particolarmente piovosi, in alcune delle bassure. Così, dai settori interdunali più depressi, alla sommità delle dune fossili, in un dislivello di pochi metri, è presente un gradiente di umidità molto elevato.

Questo si evidenzia già nella composizione del bosco che, nelle aree più depresse, si differenzia in un querceto a farnia (Quercus robur) mentre, per quanto riguarda la fauna, una presenza sintomatica è quella della Rana di Lataste (Rana latastei), considerata tipica di formazioni boschive tendenzialmente più umide come i querco-carpineti.

Se la precedente gestione del bosco a fini produttivi ha paradossalmente consentito, come detto, di conservare un discreto livello di biodiversità, l’entrata in vigore delle direttive comunitarie nel campo naturalistico (in primis della Direttiva 92/43 “Habitat”) ha modificato le finalità gestionali condotte da Veneto Agricoltura, comprendendo così azioni direttamente finalizzate alla conservazione della biodiversità.

Così, oltre ad azioni destinate alla differenzazione della struttura del bosco, vengono attuate azioni di contenimento dell’espansione nelle radure del bosco stesso, e vengono favoriti habitat caratterizzati dalla vegetazione arbustiva a ginepri. Nelle aree della Riserva utilizzate in passato per pratiche agricole, sono stati ricreati alcuni stagni ed altre aree umide, talvolta inondate solo temporaneamente. Questi ambienti hanno subito una ricolonizzazione spontanea da parte di molte specie legate all’acqua, tra le quali si ricordano giunchi (Juncus effusus), alghe del genere Chara e alcune idrofite, quali Utricularia australis. In considerazione della vocazione didattica ed educativa della riserva, ma anche dell’opportunità offerta da questi spazi per la conservazione della flora, in prossimità delle bassure umide realizzate artificialmente sono state poste a dimora piantine, prodotte e fornite dal Centro Biodiversità Vegetale di Montecchio Precalcino, destinate ad innescare processi di insediamento di habitat igrofili. Si ricordano in particolare Cladium mariscus (specie strutturale dell’habitat 7210*), ma anche specie piuttosto rare, come ad esempio Plantago altissima Hibiscus pentacarpos. Non tutte le superfici disponibili sono state tuttavia “riempite” di piante: la conservazione di microspazi spogli consente infatti l’insediamento spontaneo di specie annuali tipiche delle superfici umide temporaneamente emerse, come ad esempio la primulacea Samolus valerandi. In effetti, la vocazione della riserva non è solamente didattica, ma anche più ampiamente “dimostrativa”: oltre ad offrire interessanti campi di ricerca per studenti e tirocinanti, si possono testare e verificare qui gli esiti della gestione attiva della vegetazione, volta a mantenere, mediante un equilibrato insieme di azioni svolte dagli operatori della Riserva, tra cui tagli di piante, limitate asportazioni di biomassa vegetale, modesti movimenti terra ed impianto di specie di interesse, una elevata eterogeneità ambientale, presupposto di maggiore biodiversità. Tenuto conto che la gestione attiva dovrebbe essere il principio guida con il quale mantenere e incrementare lo stato di conservazione di specie ed habitat negli hotspot di biodiversità del nostro territorio, la riserva può perciò svolgere un importante ruolo di “laboratorio” a cielo aperto.

Un aspetto interessante nella conservazione e ricreazione di questa variabilità di habitat è il conseguente arricchimento della Riserva dal punto di vista paesaggistico. Rispetto all’aspetto uniforme di un’unica estensione boschiva, la presenza di aperture e di paesaggi vegetali differenti permette di offrire molteplici punti di interesse ai visitatori di Bosco Nordio, integrate da osservatori faunistici e punti panoramici consente un’esperienza di visita particolarmente apprezzata.


La biodiversità oggi minacciata dalle specie aliene

Il problema delle specie esotiche o aliene è molto ampio e complesso che tocca corde che esulano dalla biologia ed ecologia. Ma sono le leggi della biologia e dell’ecologia che ci devono guidare nella lettura di questo fenomeno.

Ci sono alcune grandi differenze tra i Giardini di Babilonia e i processi di invasione cui si sta assistendo negli ultimi decenni.

L’introduzione di specie da un continente all’altro è sempre esistita. Basti pensare ai nostri più vecchi orti botanici italiani i cui direttori giravano il mondo alla ricerca di specie “strane” da coltivare e mostrare; o i collezionisti di orchidee o di piante grasse disposti a pagare cifre astronomiche pur di possedere una certa specie (portandole tra l’altro spesso all’estinzione nel loro paese di origine!).

Ciò che è profondamente cambiato è l’entità del fenomeno, che è cresciuto con la crescita degli scambi commerciali tra paesi, portando ad un aumento esponenziale soprattutto delle introduzioni involontarie, incontrollate. Nella sua storia centenaria, l’Orto Botanico di Padova ha introdotto forse una ventina di specie provenienti da altri continenti. Attualmente in Italia si contano più di 3.000 specie aliene, con un aumento del 96% negli ultimi 30 anni.

L’altro aspetto, profondamente e drammaticamente cambiato, è lo stato dei nostri ecosistemi, impoveriti e danneggiati al limite della sopravvivenza, da un uso antropico del territorio senza precedenti. I nostri habitat naturali e semi-naturali sono spesso frammentati e ridotti a piccoli nuclei inseriti in un territorio modificato che determina forti pressioni sugli habitat e sulle specie native che li compongono.

Molte delle specie che vengono introdotte non sopravvivono, ma altre si insediano con successo nell’area in cui vengono introdotte, e si diffondono in maniera troppo rapida causando gravi danni alle specie e agli ecosistemi originari. Queste specie sono definite specie aliene invasive. Da un punto di vista ecologico, l’arrivo di una nuova specie, che ha una storia evolutiva diversa dalle specie native, è potenzialmente un processo dirompente per un ecosistema, che può sconvolgerne tutti gli equilibri interni. Soprattutto se questo avviene in ecosistemi già danneggiati. Spesso è stato dimostrato che l’arrivo di una specie aliena determina la scomparsa (estinzione) delle specie native, e questo porta, a cascata, ad un diverso (spesso peggiore) funzionamento dell’ecosistema e alla perdita dei servizi che un ecosistema sano e funzionante è in grado di fornire.

Il fenomeno delle introduzioni di specie aliene rappresenta una delle maggiori minacce globali alla biodiversità, con un impatto economico e sociale sempre più rilevante: nella sola Unione Europea si stima che gli impatti causati da queste specie determinino perdite superiori ai 12 miliardi di euro.

È un fenomeno che va quindi visto nella sua interezza e complessità e sicuramente non può essere assimilato ad altri processi migratori che coinvolgono sfere che non competono alla biologia e all’ecologia.


L’efficacia degli interventi di ripristino delle dune mobili nel sito di Vallevecchia

Gli ecosistemi dunali sono minacciati con crescente frequenza da fenomeni di disturbo e pressione antropica. Questo provoca un’alterazione delle comunità vegetali e degli equilibri che regolano la formazione delle dune costiere.

La componente vegetale degli ecosistemi costieri garantisce la crescita e il continuo sviluppo della duna; tuttavia è la componente degli ecosistemi dunali che risente maggiormente dal disturbo antropico. La mancanza di vegetazione causata da fenomeni di disturbo innesca processi di erosione che impoveriscono la struttura e le funzionalità dell’intero ecosistema.

 

Vista la crescente perdita di superficie e il degrado delle aree rimaste, interventi di ripristino ecologico rappresentano una soluzione ideale per la salvaguardia della biodiversità degli ecosistemi costieri. Le azioni di ripristino si concentrano, generalmente, laddove la pressione antropica è stata eccessiva e lo stato di conservazione dell’ecosistema è compromesso.

 

Il lavoro di ricerca sfociato nella tesi dal titolo “Ripristino degli ecosistemi dunali con tecniche di ingegneria naturalistica – il caso di Vallevecchia” ha consentito di valutare l’efficacia degli interventi di ripristino effettuati dal progetto LIFE REDUNE presso il sito di Vallevecchia (Caorle).

 

In particolare, il ripristino delle dune mobili, quale componente essenziale degli ecosistemi costieri, è stato svolto in 5 fasi: ricostruzione fisica del profilo dunale, stabilizzazione, impianto di nuclei di vegetazione propria dell’habitat, creazione di nuovi accessi alla spiaggia con limitazioni e cartellonistica, monitoraggio.

Il trapianto è avvenuto a novembre 2018; in seguito gli impianti sono stati monitorati mediante la tecnica dei plot permanenti. Quadrati di vegetazione di 1m per 1m vengono monitorati periodicamente per valutare la sopravvivenza delle specie trapiantate e l’evoluzione dell’habitat.

Le prime analisi hanno permesso di individuare due distinti gruppi di plot: plot posizionati in corrispondenza di neo-dune non disturbate e plot posizionati in corrispondenza di neo-dune disturbate (nonostante le misure cautelative adottate all’inizio del progetto). Il disturbo, dovuto alla grande affluenza di turisti in questo sito e al mancato rispetto delle regole, ha causato il mancato attecchimento delle piante in alcune aree del ripristino, con la conseguente perdita di biodiversità. Al contrario, nelle aree non disturbate la maggior parte delle le specie trapiantate ha attecchito, dimostrando forte vitalità, data da una notevole crescita degli individui in termini di altezza, nuovi getti o foglie e copertura.

Inoltre, a seguito degli interventi di ripristino, e in assenza di disturbo, è stato possibile osservare la comparsa di altre specie che a loro volta si sono sviluppate notevolmente. All’inizio del progetto erano state censite solo 4 specie mentre alla fine sono state monitorate ben 12 specie. Questo a dimostrazione dell’efficacia dell’intervento di ripristino. Tuttavia, è molto importante che il lavoro non sia influenzato da eventi di disturbo, i quali vanificano l’intera bontà del progetto e la sopravvivenza dell’ecosistema.

 

Gli ecosistemi dunali sono, a livello mondiale, tra i più rilevanti dal punto di vista ecologico e paesaggistico, necessitano quindi di essere salvaguardati.

 

Riferimenti:

“Ripristino degli ecosistemi dunali con tecniche di ingegneria naturalistica - il caso di Vallevecchia” Enrico De Pellegrini, Tesi di laurea magistrale in Scienze Ambientali, Università Cà Foscari Venezia

 

 


Ricostruzione delle dune olandesi con il bisonte europeo

Il Parco Nazionale Zuid-Kennemerland è oggi l'area delle dune costiere che ospita il bisonte nel nord dei Paesi Bassi.

Fino a pochi anni fa, il Parco Nazionale Zuid-Kennemerland era in gran parte aperto al pubblico, ad eccezione di un'area a sud che era tenuta chiusa. L'area chiusa era un sistema dinamico di dune, ma in assenza di grandi erbivori e persone, le dune stavano diventando sempre più vegetate. La vegetazione ha impedito alla sabbia di muoversi e le dune dinamiche sono state rese sedentarie. Ciò ha innescato l'idea di portare grandi erbivori per rimuovere la vegetazione e consentire alle dune di muoversi di nuovo liberamente.
Il progetto Il bisonte europeo in un di sistema di dune olandesi (https://rewildingeurope.com/rew-project/european-bison-in-a-dutch-dune-system/) è iniziato nel 2007 nell'ambito dei progetti di Rewilding Europe (https: // rewildingeurope.com), un'iniziativa paneuropea che opera in prima linea nel ricreare habitat naturali su scala europea.

Il progetto pilota consisteva nel riportare il bisonte europeo in un'area dell'Europa occidentale dove poteva vivere in modo naturale (ad es. senza fornitura di cibo aggiuntivo), insieme a cavalli Konik, bovini delle Highland, daini, caprioli e conigli, che erano già specie animali utilizzato in tutta l'Olanda per il pascolo naturale.
Il progetto è stato realizzato in una zona di dune costiere in cui le zone forestali si intrecciano con praterie e arbusti aperti, in particolare i tipi di habitat sono semi- prati aperti, arbusti, latifoglie e foreste di conifere.

 

Ma perché il bisonte?
L'iniziativa di rewilding mira alla riabilitazione della natura: il ripristino degli ecosistemi e delle loro catene alimentari. I bisonti europei sono noti come specie "chiave di volta" degli habitat che ingegnerizzano una grande biodiversità.

Notando l'invasione della vegetazione non autoctona, la colpa è stata attribuita al declino di una comune fonte di cibo: insetti specializzati che hanno bisogno di macchie di sabbia aperta per sopravvivere. I bisonti puliscono l'area, strofinandosi sul suolo, e con questo comportamento, durante tutto l'anno, creano diverse macchie locali di sabbia dove la vegetazione pioniera autoctona e gli insetti hanno di nuovo una possibilità di proliferare. Gli uccelli delle dune come il gufo comune, l'oriola d'oro e l’averla dal dorso rosso che andavano verso l'estinzione locale sono ora tornati.
Dal momento che scortecciano anche arbusti e alberi e incoraggiano la dispersione delle erbe autoctone attraverso il loro letame, i bisonti stanno essenzialmente riportando la biodiversità originale.

 

L'area del Parco Nazionale Zuid-Kennemerland dove ora vive il bisonte è l'area di 330 ettari che era chiusa al pubblico in passato. Ora, l'area è aperta al pubblico, con un sentiero che attraversa il recinto dei bisonti ed è aperto nei mesi invernali, quindi i turisti possono camminare e sperare di intravedere queste maestose creature tra gli avallamenti e le colline delle dune.

 

Il bisonte europeo è una delle due specie viventi di bisonte, l'altro è il bisonte del Nord America. Estinto in natura negli anni Venti, il bisonte europeo è tornato grazie a programmi di conservazione in tutto il continente, da un branco di 12 animali tenuti in cattività.

 

Il progetto Il bisonte europeo in un di sistema di dune olandesi, conclusosi ufficialmente nel 2012, ha permesso di acquisire preziose conoscenze pratiche e scientifiche sugli aspetti ecologici dei bisonti come la composizione della dieta e l'utilizzo dell'habitat, anche rispetto a bovini e cavalli. Ha inoltre suscitato l'attenzione della stampa che a sua volta ha informato il pubblico sulle specie e ha promosso il Parco nazionale Zuid-Kennemerland come attrazione turistica per turisti-naturalisti.

 

Particolarmente importante per i programmi di conservazione europei dei bisonti è l'ampliamento dell'area dei bisonti e la crescita naturale della mandria.
Una serie di articoli di ricerca tratti dallo studio olandese di un branco di 22 bisonti che vivono a Kraansvlak, nei 330 ettari di dune e stagni naturali che fanno parte del parco nazionale Zuid-Kennemerland, mette ulteriormente in dubbio la convinzione che i bisonti europei siano creature che vivono nelle foreste, ora offrendo una valutazione più ottimistica delle possibilità di sopravvivenza del bisonte in nuovi ambienti europei.
Nel 2016, altri due siti olandesi di introduzione dei bisonti sono seguiti al progetto, dopo aver acquisito esperienza a Kraansvlak.
Le organizzazioni naturalistiche in Svezia, Svizzera e Regno Unito guardano con interesse e la conoscenza acquisita viene condivisa con progetti consolidati in Spagna, Francia e Germania.

E se il prossimo passo per la riqualificazione auto-sostenibile dei siti dunali di LIFE REDUNE contemplasse anche la creazione di parchi naturali popolati dai bisonti Europei?

 

References:

PROJECT European bison in a Dutch dune system: https://rewildingeurope.com/rew-project/european-bison-in-a-dutch-dune-system/

https://forpeoplefornature.com/2015/08/07/introducing-bison-in-the-dutch-dunes/

https://www.theguardian.com/environment/2018/may/28/return-of-the-bison-herd-makes-surprising-comeback-on-dutch-coast

https://www.dutchnews.nl/features/2018/02/the-bison-are-back-rewilding-the-dutch-dunes-brings-back-a-mega-beast/

 

 


Il delicato equilibrio tra turismo e reti di impollinazione delle dune costiere

L'integrità degli ecosistemi e la loro capacità di resistere ai futuri cambiamenti ambientali in tutto il mondo sono minacciati dal disturbo causato dall’essere umano. Le dune costiere, tra cui spiagge, cordoni dunali
e aree umidi interdunali, sono considerate tra gli ecosistemi globalmente più minacciati. L'intensa concentrazione di attività umane e il turismo di massa stanno portando alla perdita e alla frammentazione delle dune costiere.

 

Oltre a ciò, il turismo di massa è anche considerato uno dei fattori più importanti nel minacciare l’integrità delle ultime aree naturali. Infatti, gli effetti del disturbo umano sono stati ampiamente riconosciuti nei cambiamenti locali nella ricchezza delle specie, con piante e insetti terrestri che rappresentano i gruppi di organismi più colpiti. Per prevenire il degrado delle aree naturali, è indispensabile comprendere se, e in quali condizioni, è possibile consentire il turismo.

 

Negli ecosistemi delle dune costiere, l'impollinazione mediata dagli animali ha una marcata influenza sulla dinamica e sulla diversità delle comunità vegetali. Inoltre, le dune costiere sono un hotspot per un certo numero di specie impollinatrici altamente specializzate per gli habitat dunali (in particolare gli imenotteri), molte delle quali trovano nei sedimenti sabbiosi un substrato adatto per la nidificazione.

Comprendere la relazione tra specie di due diversi livelli trofici, che si influenzano reciprocamente, è di grande importanza per la conservazione delle loro popolazioni e per il mantenimento della resilienza degli ecosistemi nel tempo.
Al giorno d'oggi, il processo dell’impollinazione è sempre più minacciato dall'estinzione indotta dall'uomo di specie vegetali ed animali a causa degli stessi fattori che minacciano la conservazione degli ecosistemi delle dune costiere: il cambiamento nell'uso del suolo, la perdita e frammentazione degli habitat e le invasioni di piante e animali non autoctoni.

 

Le reti di impollinazione rappresentano la struttura della comunità ecologica e descrivono le interazioni tra le specie, offrendo l'opportunità di una valutazione olistica della struttura e del funzionamento dell'ecosistema.

 

Il Dott. Edy Fantinato dell'Università di Venezia Cà Foscari, partner coordinatore del progetto Life Redune, ha affrontato la questione della valutazione dell'impatto del turismo sulla struttura e sulla resilienza delle reti di impollinazione negli ecosistemi costieri (1). Lo studio è stato condotto sulla costa del Nord Adriatico, in sette siti di campionamento liberamente accessibili ai turisti e con diversi livelli di pressione turistica: tre a Vallevecchia, due alla Laguna del Mort e due alla Penisola del Cavallino.

Sono state registrate e analizzate le interazioni di impollinazione in correlazione con i descrittori del disturbo umani lungo transetti dal mare verso l’entroterra. Complessivamente, sono state registrate 1173 interazioni tra 29 specie vegetali e 173 specie di impollinatori e sono state misurate tre variabili tra i descrittori più informativi del disturbo umano sugli ecosistemi delle dune costiere: densità dei percorsi, connettività gamma dei tipi di copertura del suolo intercettati da ciascun transetto in base alla mappa dettagliata dell'habitat (prodotta nell’ambito del progetto Life Redune) e la relativa abbondanza di esposizioni floreali aliene .

 

Lo studio ha rivelato che oltre alla ricchezza delle specie, il disturbo umano influenza anche la struttura e la resilienza delle reti di impollinazione delle dune costiere.

 

Concentrandosi sulle interazioni per l’impollinazione, lo studio ha dimostrato che un intenso disturbo umano può influenzare in modo significativo sia la struttura che il funzionamento degli ecosistemi delle dune costiere, provocando l'estinzione locale delle specie vegetali e di impollinatori e semplificando le reti di impollinazione.

 

Tuttavia, i risultati indicano che un moderato disturbo umano potrebbe avere effetti positivi sulle reti di impollinazione delle dune costiere. Un moderato livello di disturbo umano è stato positivamente correlato alla ricchezza di specie vegetali e di specie di impollinatori. Questo risultato non deve sorprendere, poiché non è il disturbo umano in sé ad essere positivo, bensì l'effetto di ringiovanimento
che potrebbe avere sulle comunità locali. Infatti, un disturbo moderato potrebbe contribuire ad aumentare la diversificazione dei micro-siti e a creare habitat adatti per gli impollinatori che nidificano nel terreno.
Oltre alla ricchezza di specie, anche la resilienza delle reti di impollinazione si è rivelata massima in corrispondenza di un disturbo moderato.

 

In conclusione, emergono prove che un moderato disturbo e la conservazione a lungo termine delle reti di impollinazione delle dune costiere possono coesistere.

 

Tuttavia, al fine di raggiungere questo obiettivo, il turismo dovrebbe essere regolato e l'accesso dei visitatori ai siti costieri gestito, in modo da impedire che il disturbo umano possa compromettere sia la struttura che la funzionalità degli ecosistemi delle dune costiere.


Droni e Database GIS per monitorare le minacce antropiche alle dune

Gli obiettivi generali del progetto LIFE REDUNE sono il ripristino ecologico della zonazione costiera naturale, la riduzione degli impatti umani negativi su habitat e specie e l’integrazione del turismo con la conservazione del patrimonio naturale, in un’area – la costa adriatica settentrionale- dove il turismo rappresenta una delle principali attività economiche e fonti di reddito.

I sistemi di dune interessati dal progetto LIFE REDUNE rientrano in un’area turistica, in prossimità di rinomate località balneari molto frequentate durante la stagione estiva.

Ad esempio, nel comune di San Michele al Tagliamento nel 2017 il flusso turistico è stato di 5.722.191 pernottamenti. Nonostante il valore innato degli ecosistemi delle dune sia per il benessere umano che per la biodiversità, gli habitat rilevanti sono stati oggetto di una lunga storia di sfruttamento insostenibile e cattiva gestione.

Mentre da un lato il turismo rappresenta uno degli elementi più importanti del sistema economico regionale, dall’altro rappresenta la principale minaccia alla conservazione dei sistemi dunali. Ciò è dovuto principalmente ad una generale mancanza di consapevolezza dei problemi ambientali associati alle dune costiere, che includono la perdita dell’habitat, la diffusione di specie esotiche invasive e il degrado dell’habitat dovuto al turismo e alle attività ricreative, come minacce principali. Di conseguenza, sia la biodiversità delle dune che i relativi servizi ecosistemici che forniscono sono influenzati negativamente, con il risultato che le specie autoctone sono minacciate e la resilienza degli habitat è ridotta.

Un’intensa pressione antropica, associata a una mancanza di consapevolezza ecologica, sta compromettendo non solo il valore naturalistico ed ecologico, ma soprattutto gli elementi distintivi e identificativi del paesaggio che costituiscono uno dei fattori per l’attrazione turistica.

Due anni e mezzo fa, è stata effettuata una serie iniziale di monitoraggi e ispezioni per esplorare i sistemi ecologici esistenti e redigere un elenco iniziale di habitat presenti nei quattro siti del progetto, con particolare riferimento agli habitat xerofili. Da allora, il partner del progetto European Project Consulting (EPC) ha effettuato varie visite a tutti i siti, acquisendo le immagini aeree utilizzando un drone, ovvero un veivolo pilotato a distanza.

L’elaborazione dei dati ha consentito la creazione di un modello digitale tridimensionale del terreno (DTM) con una risoluzione di 25 cm e di fotomappe aggiornate delle aree di lavoro con una risoluzione di pixel di 5 cm sul terreno. A partire da queste stampe, è stato prodotto un rendering vettoriale di rilievi, ortofotoplani digitali e modelli digitali del terreno. Successivamente sono state create la fotointerpretazione e la digitalizzazione video dei perimetri dei singoli poligoni dell’habitat. Questa prima bozza della mappa ha permesso di identificare le discontinuità spaziali tra i tipi di habitat e di definire la rete di percorsi di accesso al mare derivanti dal calpestio incontrollato.

L’attribuzione ai vari tipi di habitat è stata compiuta dall’Università di Venezia Cà Foscari attraverso ulteriori ispezioni in loco e sondaggi sul terreno e l’integrazione delle informazioni derivanti dalle indagini effettuate sulla vegetazione.

L’analisi degli ortofotoplani digitali ha portato alla produzione di:

  1. a) una mappatura iniziale di percorsi, passerelle, piste e delle aree con il maggior carico di turisti;
  2. b) la localizzazione della discontinuità delle dune mobili che dovrebbero proteggere dall’ingresso marino
  3. c) mappe dell’habitat, con specifico riferimento al progetto e alle aree limitrofe.

Tutte le mappe sono state prodotte in scala 1: 500. Queste informazioni sono state incluse in un geodatabase dell’ambiente GIS (Geographic Information System), che è parte integrante del progetto LIFE REDUNE e viene periodicamente aggiornato. Il GIS è un sistema informatico per l’acquisizione, l’archiviazione, il controllo e la visualizzazione di dati relativi alle posizioni sulla superficie terrestre. Mettendo in relazione dati apparentemente non correlati, il GIS può aiutare a comprendere meglio i modelli e le relazioni spaziali.

Nella prima fase del progetto LIFE REDUNE, questa mappatura ad alta risoluzione ha consentito di identificare il complesso micro-mosaico in cui lo stesso habitat è presente nello stesso poligono a diversi livelli di conservazione, proporzionalmente al livello di disturbo. Ciò porta alla definizione della localizzazione fine e della composizione quantitativa delle specie autoctone da inserire e alla localizzazione delle aree proibite.

Nella fase finale del progetto LIFE REDUNE, questo sistema consentirà di monitorare e misurare l’efficacia degli interventi effettuati dal progetto.


UN VIVAIO PER LA FLORA DELLE DUNE

Il progetto LIFE REDUNE prevede interventi di riconnessione e ripristino di 92.000 mq di dune mobili e di riqualificazione e/o espansione di 823.000 mq di habitat di dune di transizione e fisse, variamente alterati dai fattori di perturbazione dovuti all’azione umana.

Il ripristino dei preziosi habitat litoranei si può raggiungere da un lato agendo sul contenimento dell’impatto dovuto alla fruizione turistica e dell’erosione e dall’altro ricreando gli habitat dunali attraverso l’impianto di piante autoctone che accelerano i tempi di ricostruzione del manto vegetale.

LIFE REDUNE sta “ricucendo” gli habitat dunali, con 151.000 piante autoctone, germinate ed allevate in serra, così suddivise:

  • habitat delle dune mobili 2110 e 2120 (Ammophila arenaria, Elymus farctus, Echinophora spinosa,Medicago marina, Eryngium maritimum, Euphorbia paralias, Calystegia soldanella e altre): n. 35.000
  • habitat della serie edafo-xerofila 2130* (Teucrium polium, Fumana procumbens, Sanguisorba minor, Lomelosia argentea, Centaurea tommasinii, Globularia bisnagarica, Koeleria macrantha, Heliantemum nummularium ssp. obscurum e altre): 45.000
  • habitat 2250* (Juniperus communis, Crataegus monogyna Berberis vulgaris, Viburnum lantana, Phillyrea angustifolia e altre): 55.000
  • habitat 2270* (Phllyrea angustifolia, Asparagus acutifolius, Rubia peregrina, Smilax aspera e altre) : 15.000
  • Stipa veneta*: 1.000

Le piantine native accelerano i tempi di ricostruzione del manto vegetale laddove danneggiato, al contempo sottraendo terreno alle dannose specie aliene invasive. Secondo studi condotti dall’Università Cà Foscari, ad esempio la specie aliena invasiva Oenothera stuchii sembra subire negativamente gli esiti di una elevata copertura del suolo da parte di specie native, laddove per contro prolifera nei punti più degradati da calpestio ed erosione che, spogliando il suolo dal cotico erboso naturale, lo rendono soggetto all’invasione di questa ed altre piante indesiderate.

Stipa veneta è una specie prioritaria a forte rischio di estinzione di cui rimangono in natura meno di 300 individui maturi.

Alcune delle piante più spinose degli habitat 2250* e 2270* sono impiegate per la costituzione di sistemi di interdizione viventi, in sinergia con passerelle, recinzioni e cartelli informativi, per promuovere l’utilizzo solo dei passaggi consentiti per raggiungere la spiaggia.

A monte degli interventi di ricostruzione c’è pertanto una impegnativa azione vivaistica, condotta dal Centro Biodiversità Vegetale di Veneto Agricoltura a Montecchio Precalcino (Vicenza). Struttura regionale specializzata nella moltiplicazione di piante native, il Centro di fatto opera trasformando i semi raccolti in natura in piantine impiegabili negli interventi di ripristino sul territorio.

Una sequenza di azioni che comincia dalla ricerca, in natura, delle popolazioni di piante selvatiche idonee a fornire seme in quantità e qualità adeguate a poter garantire la “produzione” del numero di piantine richieste dal progetto. Questa prima, fondamentale fase prevede sopralluoghi sul territorio e presuppone competenze botaniche, occhio allenato ed esperienza. Una volta individuati i popolamenti selvatici più idonei, di solito quelli con un elevato numero di individui, si procede alla raccolta del seme, con massima attenzione ad organizzare le giornate di raccolta al momento giusto. Se il seme non è ancora maturo, infatti, la raccolta va rinviata e si è perciò compiuta una uscita “a vuoto”: una perdita di tempo e l’inutile percorrenza di centinaia di chilometri. Se al contrario, ancor peggio, si arriva troppo tardi, il seme è già caduto e non è più disponibile. La Natura raramente concede repliche e arrivare in ritardo anche di una sola settimana può talora costringere a rinviare di un tempo assai lungo la produzione delle piantine.

Si pensi che, per molte di queste specie, dal giorno in cui si raccoglie il seme fino al raggiungimento dell’idoneo grado di sviluppo della piantina da esso ottenuta può trascorrere quasi un anno e mezzo. Per questo il periodo ottimale di raccolta, tutt’altro che costante negli anni in quanto soggetto alla diretta influenza del clima e alla sua imprevedibile variabilità, viene valutato con molta cura dagli operatori e spesso si preferisce qualche uscita a vuoto in anticipo ad una ben più rovinosa uscita tardiva. E’ interessante notare che, per gran parte delle specie di questi ambienti, la maturazione del seme è estiva. La raccolta avviene perciò nelle calde mattinate d’estate: tra gli sguardi curiosi dei turisti in costume si muovono strani tipi con gilet giallo, muniti di sacchetti, guanti e forbici.

Una volta raccolto il seme, questo viene trasferito in vivaio dove, a seconda delle esigenze delle diverse specie, viene sottoposto a differenti trattamenti. I semi infatti spesso manifestano varie forme di “dormienza”, cioè non germinano subito appena seminati. Si tratta di adattamenti evolutivi delle piante, le quali non si fanno trarre in inganno da condizioni favorevoli alla germinazione che, in natura, possono rivelarsi effimere: acqua e temperature miti possono infatti essere seguite da siccità, calore o gelo.

I semi germinano pertanto quando in vivaio si riesce a simulare il soddisfacimento di una serie di esigenze, variabili tra le diverse specie. La semina viene effettuata nei contenitori alveolari: di norma si tratta di contenitori in plastica o polistirolo a 32 o 45 fori, riempiti di idoneo substrato, corrispondenti ad altrettanti “vasetti” nei quali vegeterà, per il tempo necessario allo sviluppo, la singola pianta. Particolarmente importante è la scelta del substrato di coltura, un miscuglio di torba e altri materiali, adattato e “personalizzato” dagli operatori in base alle peculiari esigenze di queste piante dunali, “progettate” dalla Natura per la vita sulla sabbia. Si tratta di uno degli ambienti più estremi dei nostri climi, con condizioni di vita talora impossibili per gran parte delle piante di altri habitat, e soprattutto molto diverse da quelle ottenibili in un vivaio. A quelle condizioni, e non ad altre, le nostre piante dunali sono tuttavia perfettamente adattate, e con esse deve necessariamente fare i conti chi pretende di coltivarle in un contesto artificiale, peraltro molto lontano dal mare. Una volta nate, le giovanissime piante sono sottoposte ad una costante minaccia da parte di predatori potenziali quali funghi, muffe, insetti, e per mantenerle sane lo sforzo assiduo, per tutti i mesi di coltivazione in vivaio, è soprattutto quello di soddisfarne le esigenze idriche in modo da renderle forti e resilienti ai sempre possibili attacchi biotici. I lotti di piante sono perciò sotto costante monitoraggio, finalizzato a mantenere un delicato equilibrio idrico evitando il disseccamento come pure l’eccessiva idratazione dei “pani di terra” in cui le giovani piante affondano le proprie radici.

I semi, una volta raccolti, e le piantine che ne derivano trascorreranno complessivamente nel vivaio parte dell’estate, l’autunno, l’inverno, la primavera e l’intera estate successiva: stagione, quest’ultima, decisiva per lo sviluppo completo dei fusti e delle foglie. Finalmente giunge il secondo autunno, il tempo cioè in cui le nostre piante tornano a casa: è trascorso più di un anno da quando mani esperte avevano prelevato i semi dalle piante madri, ed ora sono piantine ben sviluppate, pronte ad essere affidate ad altre mani esperte, quelle degli operatori incaricati della messa a dimora negli interventi di ripristino previsti dal progetto LIFE REDUNE.

A queste giovani piantine viene affidato il compito di colonizzare i suoli erosi e spogliati dal degrado, i boschi resi artificiali dall’impianto di inospitali e monotone pinete. Il loro patrimonio genetico, selezionato dall’evoluzione e adattato a rispondere all’inclemenza delle condizioni pedoclimatiche proprio grazie al fatto che la raccolta del seme è stata operata poco lontano, è la migliore garanzia di successo per questa difficile missione.